Delirio, una rara infiammazione del cervello e ictus sembrano collegati al Covid-19

Le complicanze neurologiche del Covid-19 possono includere delirio, infiammazione cerebrale, ictus e danni ai fasci nervosi, rivela un nuovo studio condotto da UCL e UCLH.

Pubblicato sulla rivista Brain, il team di ricerca ha identificato una condizione infiammatoria rara e talvolta fatale, nota come ADEM, che sembra aumentare in prevalenza a causa della pandemia.

Alcuni pazienti nello studio non hanno manifestato sintomi respiratori gravi e il disturbo neurologico è stato la prima e principale avvisaglia di Covid-19.

Lo studio fornisce un resoconto dettagliato dei sintomi neurologici di 43 persone (di età compresa tra 16 e 85 anni) trattate presso il National Hospital for Neurology and Neurosurgery, UCLH, che avevano confermato o sospettato Covid-19.

I ricercatori hanno identificato 10 casi di encefalopatie transitorie (disfunzione cerebrale temporanea) con delirio, che corrisponde ad altri studi che hanno trovato evidenze di delirio accompagnato ad agitazione. Ci sono stati anche 12 casi di infiammazione cerebrale, otto casi di ictus e altri otto con danni ai fasci nervosi, principalmente la sindrome di Guillain-Barré (che di solito si verifica dopo un’infezione respiratoria o gastrointestinale).

La maggior parte (nove casi su 12) di quelli con condizioni di infiammazione cerebrale sono stati diagnosticati con encefalomielite acuta disseminata (ADEM). L’ADEM è rara e di solito si manifesta nei bambini e può essere scatenata da infezioni virali: il team di Londra vede, normalmente, circa un paziente adulto con ADEM al mese, la frequenza è aumentata ad almeno un paziente a settimana durante il periodo di studio. Secondo i ricercatori è un aumento preoccupante.

Il virus che causa Covid-19, SARS-CoV-2, non è stato rilevato nel liquido cerebrospinale di nessuno dei pazienti testati, suggerendo che il virus non ha attaccato direttamente il cervello per causare la malattia neurologica. Sono necessarie ulteriori ricerche per identificare il motivo per cui i pazienti hanno sviluppato queste complicanze.

In alcuni pazienti, i ricercatori hanno identificato che l’infiammazione cerebrale era probabilmente causata da una risposta immunitaria alla malattia, suggerendo che alcune complicanze neurologiche di Covid-19 potrebbero derivare dalla risposta immunitaria piuttosto che dal virus stesso.

Gli autori sostengono che i medici debbano essere consapevoli dei possibili effetti neurologici, poiché la diagnosi precoce può migliorare gli esiti della malattia. Le persone che si stanno riprendendo dal virus dovrebbero consultare un professionista della salute se manifestano sintomi neurologici.

Fonti: https://neurosciencenews.com/coronavirus-inflammation-16622/ UCL

Ricerca originale: Open access
“The emerging spectrum of COVID-19 neurology: clinical, radiological and laboratory findings” by Michael Zandi et al. Brain

Foto di Pete Linforth da Pixabay 

GLI EFFETTI DELLA PSICOTERAPIA SULL’INTESTINO IRRITABILE

Ormai da tempo i medici sanno che le terapie psicologiche possono ridurre i sintomi della sindrome del colon irritabile (IBS da dall’inglese Irritable Bowel Syndrome) nel breve periodo. L’intestino irritabile è un disagio che affligge una buona parte della popolazione e incrementa il costo delle spese sanitarie di circa un miliardo di dollari annui.

Una nuova meta analisi pubblicata online il 22 dicembre 2005, dal giornale Clinical Gastroenterology and Hepatology, ha ora scoperto che anche gli effetti benefici della terapia psicologica sembrano durare da sei a 12 mesi dopo la conclusione della terapia. Lo studio ha analizzato i risultati di 41 studi clinici di diversi paesi contenenti oltre 2.200 pazienti.

L’autore Lin S. Walker, professore di pediatria al centro medico universitario di Vanderbilt, sostiene che il loro è il primo studio ad aver esaminato gli effetti a lungo termine e che i benefici moderati che conferiscono le terapie psicologiche nel breve termine continuano anche nel lungo termine. Questo è significativo perché la sindrome del colon irritabile e una condizione intermittente ma cronica per la quale non ci sono trattamenti medici particolarmente efficaci.

L’intestino irritabile è caratterizzato da dolore addominale cronico, disagio, gonfiore, diarrea o costipazione e classificato come un disturbo dell’asse “cervello-intestino”. Sebbene non sia nota alcuna cura, esistono trattamenti per alleviare i sintomi, inclusi adattamenti dietetici, farmaci e interventi psicologici.

“La medicina occidentale spesso concettualizza la mente come separata dal corpo, ma la sindrome del colon irritabile è un perfetto esempio di come i due sono collegati”, ha detto il primo autore Kelsey Laird, uno studente di dottorato nel programma di psicologia clinica di Vanderbilt. “I sintomi gastrointestinali possono aumentare lo stress e l’ansia, che possono aumentare la gravità dei sintomi. Questo è un circolo vizioso che il trattamento psicologico può aiutare a rompere. “

Gli studi che Laird ha analizzato includevano una serie di diversi tipi di terapie psicologiche, tra cui terapie cognitive, rilassamento e ipnosi. La sua analisi non ha riscontrato differenze significative nell’efficacia di diversi tipi di psicoterapia. Ha anche scoperto che la durata del trattamento (il numero di sessioni) non aveva importanza. Indipendentemente da tutto, le terapie psicologiche riducono i sintomi gastrointestinali negli adulti con IBS. Questi effetti sono rimasti significativi e di media grandezza dopo periodi di follow-up a breve e lungo termine.

Manuela Cosenza

Fonte: https://neurosciencenews.com/ibs-psychotherapy-health-3321/

Link all’articolo originale: https://www.cghjournal.org/article/S1542-3565(15)01706-1/fulltext

Immagine: Foto di silviarita da Pixabay

DIMMI COME SEI STATO AMATO E TI DIRÒ COME AMERAI

STILI DI ATTACCAMENTO E SCELTA DEL PARTNER

L’Attaccamento secondo Bowlby (1984) è un sistema comportamentale che ha lo scopo biologico di proteggere l’individuo (specialmente in età evolutiva) dai pericoli ambientali, mediante il mantenimento della vicinanza alle persone in grado di dare se necessari, sostegno, aiuto e conforto. Le figure di attaccamento sono quelle che in genere si identificano con i genitori.

Di formazione psicanalitica, medica e pediatra, l’autore elaborò questa teoria anche attraverso studi in campo etologico che lo portarono ad interpretare l’attaccamento come un rapporto privilegiato, biologicamente innato con la figura di accudimento primaria. Questo rapporto con la figura di accudimento primaria fornisce una “base sicura” da cui il bambino si allontana per esplorare con fiducia l’ambiente e a cui sa di potersi rivolgere quando incontra un ostacolo. La figura di attaccamento non fornisce soltanto cure strumentali come nutrizione, protezione dal freddo, ma anche sicurezza, comprensione, calore fisico. Il nutrimento non è infatti l’unico bisogno per la sopravvivenza, oltre all’ alimentazione risulta di vitale importanza la presenza di figure amorevoli che forniscano anche stimoli e affetto.

Per studiare i modelli di attaccamento che i bambini stabiliscono con il genitore durante il primo anno di vita, Mary Ainsworth ha ideato una procedura specifica, la Strange Situation:

 il suo scopo è quello di evidenziare il livello di angoscia alla separazione, se normale e adattiva o più grave e patologica. Il test consiste nel far sperimentare al bambino una situazione stressante nella quale si cerca di valutare come il bambino reagisce alla separazione dalla madre, se ha o meno fiducia nel suo ritorno. Attraverso le risposte dei bambini a delle sequenze di separazione e ricongiungimento, l’esperimento ha consentito di evidenziare diversi modelli di attaccamento.

  • Il primo modello di attaccamento è quello sicuro, tipico di quei bambini che utilizzano la madre come rifornimento emotivo per esplorare l’ambiente; anche se piangono quando si separano dalla madre, dimostrano di consolarsi poi facilmente e di continuare ad esplorare l’ambiente accogliendone il suo ritorno con gioia. Questo tipo di comportamento si presenta quando la madre è riuscita ad essere responsiva e ad offrire sicurezza.
  • Il secondo tipo di attaccamento e di tipo insicuro evitante. Riguarda bambini che non dimostrano particolari reazioni verso il caregiver né in presenza né in sua assenza, continuando ad esplorare e generalmente ad evitarlo nel corso della riunione. Tale modalità di comportamento pare trovare anche giustificazione con una madre che è stata rifiutante così che questi bambini hanno disattivato il comportamento di attaccamento ed iper-attivato quello di esplorazione.
  • Il terzo tipo di attaccamento è quello insicuro ambivalente caratteristico di quei bambini in difficoltà ad esplorare l’ambiente e anche a separarsi dalla mamma. Appaiono inconsolabili durante la separazione e quando la madre rientra la abbracciano intensamente ma con rabbia. Tale comportamento può essere causato da un caregiver che è stato ambivalente, talvolta rifiutante, talvolta invadente ed inclusivo. I bambini così, non riuscendo a fare previsioni circa il suo comportamento, imparano ad adottare un comportamento iper-vigilante.
  • Il quarto tipo di attaccamento (identificato negli ultimi anni) pare caratterizzare, invece, bambini molto spesso figli di soggetti affetti da patologie psichiatriche o vittime di abusi e gravi lutti. Questi bambini presentano un comportamento disorganizzato, incoerente, di vicinanza e lontananza insieme per l’inconciliabile bisogno di essere vicini alla madre, ricevere da lei protezione e, allo stesso tempo, con il bisogno di allontanarsi per paura, in quanto lei stessa percepita come fonte di minaccia.

Sulla base del tipo di esperienza vissuta e del tipo di attaccamento sviluppato, nel bambino si formeranno modelli operativi interni (MOI), che andranno a definire i comportamenti futuri e le relazioni significative.

Attraverso un’intervista semi strutturata, l’Adult Attachment Interview, si riescono a valutare gli effetti di tali esperienze sul funzionamento attuale dell’individuo adulto. La modalità con cui queste esperienze vengono narrate, più che la natura delle esperienze stesse, porta ad una classificazione generale dell’attuale stato mentale dell’adulto rispetto all’ attaccamento. Anche in questo caso si distinguono differenti modelli di attaccamento:

  • il modello sicuro/libero- autonomo è caratterizzato dalla capacità del soggetto di presentare un quadro coerente e ben integrato delle relazioni d’attaccamento, nonché dal riconoscimento dell’influenza delle prime relazioni sullo sviluppo della personalità
  • il modello distanziante è caratterizzato da distanziamento e svalutazione delle relazioni d’attaccamento oppure da idealizzazione dei genitori e mancanza di ricordi specifici relativi alle esperienze infantili con i caregiver
  • il modello preoccupato/invischiato indica un attuale coinvolgimento nelle passate relazioni di attaccamento di tipo passivo o conflittuale
  • il modello irrisolto/disorganizzato evidenzia la presenza di processi mentali disorganizzati relativamente a un lutto o a un evento traumatico

Quali sono gli effetti degli stili di attaccamento nelle relazioni di coppia?

L’adulto che ha sviluppato un attaccamento sicuro sarà portato a scegliere un amore sicuro, che confermi i suoi modelli operativi interni sicuri. Si indirizzerà verso persone che mostrano senza paura i propri sentimenti e con le quali è possibile condividere gli alti e bassi della vita rimanendo in un rapporto di fiducia reciproca e confermando la propria percezione di persona degna di essere amata e accudita nei momenti di bisogno. Per le persone sicure sono frequenti storie d’amore stabili e durature. 

Le persone che hanno sperimentato un attaccamento ansioso e ambivalente sono persone che, trascinate dal vortice della passione, pensano di aver trovato la persona giusta ad ogni “fiammata”. Vanno incontro a continue idealizzazioni e svalutazioni del partner scelto. Dal momento che il bambino ha sperimentato una relazione con una madre imprevedibile, sviluppa modelli di sé come di una persona da amare in maniera discontinua, ad intermittenza. Il soggetto insicuro-ambivalente rimane costantemente nella prima fase dell’innamoramento particolarmente caratterizzata da instabilità, emozioni forti, aspettative illusorie e insicurezza di un amore non consolidato ma in fase di esordio.

Gli adulti che hanno sviluppato un attaccamento evitante distanziante vanno incontro ad un amore freddo e distaccato. Se la madre è stata rifiutante non ha risposto con disponibilità, energia e calore alle richieste di aiuto e conforto, da adulti elaborano un modello di attaccamento definito “ansioso-evitante”. Non godendo di sicurezza affettiva sviluppano un modello mentale del sé come persona indegna di essere amata, che deve contare solo su di sé, e un modello mentale della madre come di persona cattiva dalla quale non aspettarsi nulla di buono. Il che comporta ad essere terrorizzati dalla possibilità di farsi coinvolgere emotivamente nelle. Di vitale importanza sarà il desiderio di conquista di autonomia e autosufficienza personale evitando di contare sugli altri considerati individui non affidabili. In questo modo possono difendersi da delusioni future e dal rischio di essere nuovamente rifiutati in una sorta di “congelamento emotivo”.

Nel caso di attaccamento disorganizzato siamo di fronte a persone che spesso incorrono in un amore patologico. Sono modelli di attaccamento sviluppati nel corso di storie di violenza, abuso e maltrattamento da parte di chi avrebbe, al contrario, dovuto accudire, curare, amare. I bambini che sperimentano questo tipo di legame elaborano durante l’infanzia rappresentazioni confuse e incoerenti della relazione. Nell’età adulta l’effetto di queste esperienze drammatiche si manifesta attraverso una distorsione nell’interpretazione degli eventi reali della vita, anneriti da una visione catastrofica. In amore dimostrano una incapacità a scegliere partner affidabili. Possono facilmente diventare partner e genitori maltrattanti e abusanti.

In conclusione, modelli di attaccamento disfunzionali non elaborati o corretti, possono portare a scelte sentimentali sbagliate o a relazioni disfunzionali e instabili o caratterizzate da violenza, sopraffazione o sottomissione. Si tratta di processi inconsci, a queste persone sfugge la consapevolezza dei propri processi mentali che influenzano lo sviluppo della personalità e di conseguenza le relazioni d’amore.

Manuela Cosenza

Bibliografia:

Bowlby, J. (1988). A Secure Base: Parent-child Attachment and Health Human Development. New York: Basic Books. Tr. It. Una base sicura. Milano: Raffaello 

Ainsworth, M.D.S., Blehar, M., Waters, E., e Wall, S. (1978). Patterns of attachment: assessed in the Strange Situation and at home. Hillsdale: Erlbaum.

Main, M. e Solomon, J. (1990). Procedures for identifying infants as disorganised/disoriented during the Ainsworth Strange Situation. In M. Greenberg, D. Cicchetti e E. M. Cummings (a cura di) Attachment in the pre-school-years (pp. 161-182). Chicago: university Press

Sitografia:

http://www.mediazionefamiliaremilano.it/psicologia/attaccamento.shtml

Foto di S. Hermann & F. Richter da Pixabay 

SINDROME DELLA CAPANNA O SEMPLICEMENTE RETICENZA AD ABBANDONARE UN’ABITUDINE?

Negli ultimi giorni si parla spesso di questa sindrome della capanna (o sindrome del prigioniero). Varie testate giornalistiche e vari blog segnalano tale problematica: per alcuni è una definizione coniata dalla psicologa Hernandez, mentre altri fanno riferimento ad autori americani che spiegano quanto succede durante i lunghi e rigidi inverni di alcune località in cui le persone sono costrette ad isolarsi in casa, facendo fatica poi a disabituarsi da questo isolamento e percependo stress nel ritornare alla vita sociale. 

Sindrome della capanna: di cosa si tratta realmente?

Durante questi mesi di confinamento a causa del coronavirus, ci sono stati due tipi di reazioni: chi ha subito il confinamento trovandosi in uno stato di forte stress e chi ha invece reagito in modo attivo, ritrovando piccoli piaceri, voglia di stare in famiglia e scoprendo passatempi e passioni. In questo caso la quarantena ha permesso alle persone di avere maggiore tempo per se stesse, i loro cari e i loro hobby, ed è anche per questo che ora possono fare fatica a tornare alla frenetica vita precedente. In entrambi i casi, comunque, le nostre case sono diventate un rifugio, ci hanno tenuto al sicuro dal coronavirus ma anche lontani dal mondo, la cui routine spesso ci stressa.

Cosa succede nel momento in cui si ricomincia ad uscire e ritornare alla normalità?

Ci si può sentire a disagio perché le persone sono state in questo periodo sottoposte ad un evento stressante che nel bene e nel male ha modificato i loro comportamenti. Dopo mesi di quarantena c’è chi vive l’ansia di riprendere i ritmi precedenti, la paura di uscire e c’è anche chi ha scoperto che la vita in casa tutto sommato non è tanto male come si pensava all’inizio.

Si può sentire il peso del “distress”, la componente negativa dello stress: è qualcosa di molto meno definito, conseguente all’incertezza della situazione e la sua conclusione. L’ansia, l’apatia o l’alternanza di stati d’animo, sono tutti sintomi che in questo periodo possono essere sperimentati. Se si esce, ci si rende conto che il mondo come lo si conosceva è cambiato, e la nuova realtà che si presenta può essere disorientante e conseguentemente si tende a rigettarla. Tutti distanti l’uno dall’altro, con la mascherina, solo occhi scoperti che comunicano preoccupazione.

E si può avere paura. A livello pratico: se devo andare a fare la spesa devo toccare il carrello, ma chi l’avrà toccato prima di me? Se esco per andare al lavoro e devo prendere i mezzi pubblici potrei entrare in contatto con un asintomatico oppure potrei esserlo io. Se vado in ufficio mi trovo magari rinchiuso in un box di plexiglass.

A questo si somma il fatto che meno movimento faccio, meno esco di casa, meno avrò voglia di uscire.

E se invece di parlare di sindrome della capanna fosse solo una questione di abitudine?

Rimanendo a casa per molto tempo ci siamo intelligentemente adattati ad una nuova realtà. Si sono create nuove abitudini positive o negative. Infatti, c’è anche chi, mal volentieri, si è abituato alla nuova routine e a ritmi differenti da cui ora, ugualmente, ha paura di allontanarsi. L’isolamento è spiacevole ma i nostri meccanismi di sopravvivenza ci hanno permesso di contrastare quel sentimento e di adattarci al confinamento.

Può capitare, dunque, che diverse situazioni in cui ci si adatta a nuove realtà, che magari sono durate a lungo e che ci hanno coinvolto particolarmente sia in maniera positiva che negativa, siano difficili da abbandonare. Il distacco da queste situazioni diventa stressante e faticoso.

Anche qui vorrei fare degli esempi: alla fine di una bella vacanza rilassante è difficile tornare alla routine quotidiana, in questo caso dobbiamo lasciare delle abitudini positive come alzarsi tardi, nuotare nel mare, prendere il sole ecc..

Ma può succedere anche nel caso di un cambio di lavoro che magari non ci piaceva: come saranno i nuovi colleghi? Con quelli vecchi non andavo particolarmente d’accordo però almeno li conoscevo. In questo caso è la vecchia abitudine negativa che facciamo fatica a lasciar andare.

Nei casi più estremi, alcune persone trovano difficile abbandonare il carcere se non gli ospedali. Tutto ciò rende l’idea di quanto l’instaurarsi di un’abitudine impatta prepotentemente sul nostro modo di pensare e sentire a livello emotivo.

Abbandonare una vecchia abitudine se pur nociva e crearne una nuova può essere un evento che genera lieve-medio stress e che non tutti sono pronti ad affrontare nell’immediato.

Fortunatamente la nostra capacità di adattabilità ci verrà in aiuto facendoci provare queste sensazioni contrastanti solo transitoriamente.

Solo un ripiegamento eccessivo su se stessi, dentro casa e un totale disinteresse verso la socialità e il mondo esterno (soprattutto se prima della quarantena si era più estroversi) potrebbe far sorgere il dubbio su un possibile sviluppo di un tono depressivo che andrebbe prima riconosciuto e poi esplorato con l’aiuto di un professionista.

Manuela Cosenza

LA FAMIGLIA E IL SUO CICLO VITALE

Possiamo considerare la famiglia come un sistema emozionale plurigenerazionale costantemente sottoposto al cambiamento. Il compito della famiglia è quello di trasformarsi in relazione ai diversi bisogni evolutivi dei singoli componenti. Allo stesso tempo deve, però, mantenere intatta una stabilità, cioè conservare il senso della propria identità e continuità nel tempo.

I diversi cambiamenti comprendono il livello individuale (ciascun membro della famiglia evolve, cresce e si trasforma nel tempo, per cui ogni famiglia deve adattarsi e assecondare le trasformazioni relative allo sviluppo dei suoi diversi componenti), il livello interpersonale (le relazioni tra i membri si evolvono. es. figlio adolescente), il livello gruppale (trasformazioni nella composizione. es. nascita o adozione di un figlio, accoglimento in casa di un anziano, uscita di casa di un figlio o separazione dei coniugi), infine il livello sociale (trasformazioni che avvengono nel contesto sociale o culturale di riferimento. es. guerre, disoccupazione). 

I sistemi familiari sono, dunque, soggetti a continue modificazioni nel corso del tempo, passando attraverso una serie di stadi che nel loro insieme costituiscono il ciclo vitale familiare. Ogni volta che la famiglia accede ad una nuova fase, ha bisogno di ristrutturarsi perché deve affrontare una situazione nuova che mette in crisi le vecchie modalità di funzionamento. Il passaggio da una fase all’altra può essere un momento critico perché richiede ai membri della famiglia di cambiare qualcosa in se stessi e nel loro modo di relazionarsi, e non sempre le persone sono pronte o desiderose di mettere in atto i cambiamenti necessari. Ciascun evento non è critico in sé, ma assume un peso a seconda delle aspettative, delle attese individuali, familiari e sociali che lo anticipano. Il significato che viene attribuito ad un particolar evento critico concorre a determinare il tipo e l’intensità della difficoltà da esso suscitato. 

Ci sono due tipi di eventi critici che si interfacciano con la famiglia: quelli normativi, cioè, quelli attesi in un ciclo di vita come il matrimonio, la nascita di un figlio, la crescita; quelli paranormativi, cioè, quelli inattesi e meno frequenti come le malattie, le crisi economiche e le morti premature. 

L’evoluzione della famiglia è legata alle modalità con cui affronta lo squilibrio prodotto da ciascun elemento critico. Facciamo un esempio. Mario e Sonia, sposati da due anni hanno appena avuto un bambino. Rientrano pertanto nella fase del ciclo evolutivo della “famiglia con bambino” e l’evento critico che caratterizza questa fase è proprio la nascita stessa. Mario e Sonia hanno acquisito un ruolo in più perché oltre ad essere coppia coniugale e figli, sono diventati genitori. In questa fase specifica di sviluppo, allora, dovranno imparare ad adattarsi alla nuova struttura familiare che si è appena venuta a creare ponendo particolare attenzione ai compiti di sviluppo dei tre livelli relazionali su cui dovranno confrontarsi: quello coniugale, quello genitoriale e quello filiale.

Nella famiglia tradizionale occidentale moderna è possibile individuare cinque fasi che comprendono i momenti critici e i relativi compiti evolutivi:

– La formazione della coppia (consolidamento identità di coppia; ridefinizione relazioni con famiglia estesa e amici; indipendenza emotiva dalla famiglia d’origine). 

– La famiglia con bambini (responsabilità genitoriali; ridefinizione relazione di coppia).

– La famiglia con adolescenti o “trampolino di lancio” (cambiamenti relazionali genitori-figli; gestione del conflitto e dell’indipendenza dei figli).

– La famiglia dopo che i figli sono usciti di casa detta anche “nido vuoto” (allontanamento dei figli; ingresso nuore, generi, nipoti; adattamento livello di autonomia dei figli; ridefinizione relazione di coppia dei genitori).

– La famiglia nell’età anziana (mantenimento propri interessi; avvicinamento ai figli; assunzione ruolo di nonni).

Se la famiglia riesce a soddisfare i compiti evolutivi delle varie fasi, cresce e si perpetua superando armoniosamente i momenti critici. Se la famiglia non riesce a superare la crisi in modo armonioso, se non riesce a adempiere ai compiti propri di una nuova fase del ciclo di vita, si blocca e, in genere, sviluppa alcuni sintomi psicologici a carico di uno o più membri della famiglia.

Manuela Cosenza

Fonte: Malagoli Togliatti M., Lubrano Lavadera A. Dinamiche relazionali e ciclo di vita della famiglia. Bologna: Il Mulino, 2002. 

L’impatto psicologico della quarantena e come ridurlo

L’ epidemia di Coronavirus ha visto molti paesi chiedere a chi che avesse avuto contatti con persone infette di autoisolarsi a casa o in luoghi preposti alla quarantena. Molti studi riportano effetti psicologici negativi che includono sintomi da stress post-traumatico, confusione e rabbia. I fattori di stress includono: una maggiore durata della quarantena, paura di infettarsi, frustrazione, noia, forniture inadeguate, informazioni inadeguate, perdita finanziaria, e stigma. Alcuni ricercatori sostengono che ci possano essere effetti a lungo termine. In situazioni dove la quarantena si renda necessaria, le autorità competenti dovrebbero isolare i soggetti non più del tempo richiesto, provvedere a misure di quarantena molto chiare e ben spiegate e fornire informazioni riguardanti i protocolli per attuarla, assicurare che siano previste misure sufficienti, infine, favorire l’altruismo ricordando che i benefici della quarantena sono vantaggiosi per la comunità stessa.

La quarantena è una limitazione della circolazione delle persone che possono essere state a contatto con l’infezione con il fine di ridurre il contagio ad altri soggetti.  In passato ci sono state altre epidemie per le quali si è dovuto arrivare a misure di restrizione della libertà, come la SARS, l’Ebola, e l’influenza N1H1.

Gli studi esaminati evidenziano i risvolti psicologici di soggetti sottoposti a quarantena comparati con altri non sottoposti ad alcuna misura restrittiva. 

Uno studio che ha preso in esame operatori sanitari in quarantena ha evidenziato che la stessa sembra possa essere predittiva di sintomi di disturbo da stress acuto. Gli operatori sottoposti al confinamento riportano esaurimento, distacco dagli altri, ansia nel venire a contatto con soggetti febbricitanti, irritabilità, insonnia, scarsa concentrazione e indecisione, diminuzione delle prestazioni lavorative e riluttanza a ricominciare a lavorare o richiesta di riassegnazione. A lungo termine ci possono essere sintomi di depressione.

Effetti di stress post traumatico vengono riscontrati anche in bambini sottoposti a quarantena così come nei loro genitori 4 volte superiori rispetto a chi non ne era stato sottoposto.

In generale viene riportata una grande prevalenza di sintomi psicologici come disturbi emotivi, depressione, stress, abbassamento dell’umore, irritabilità, insonnia, esaurimento emotivo. Sembra che l’abbassamento dell’umore e l’irritabilità siano prevalenti.

Solo uno studio effettuato su soggetti universitari non riporta effetti in termini di sintomi da stress post-traumatico. Si ipotizza che il campione essendo composto da studenti possa non essere generalizzato alla popolazione adulta poiché gli studenti essendo giovani hanno meno responsabilità rispetto agli adulti, in qualche modo sono più spensierati e meno colpiti da preoccupazioni.

Per quanto riguarda gli effetti a lungo termine, due studi evidenziano abuso di alcol o dipendenze in lavoratori operanti nel sistema sanitario sottoposti a quarantena.

Predittori di impatto psicologico pre-quarantena

Sono un po’ controversi i fattori demografici come età, genere, livello di istruzione, stato civile ecc. che possano predisporre allo sviluppo di sintomi. Così come l’appartenenza alla categoria di lavoratori nell’area sanitaria. Disturbi psichiatrici precedenti alla quarantena invece, sono associati ad ansia e rabbia sviluppate 4/6 mesi dopo le misure di confinamento.

Fattori di stress durante la quarantena

  • Durata: più è lunga la quarantena più la salute mentale peggiora.
  • Paure di infezione: per loro stessi e soprattutto per i propri cari.
  • Frustrazione e noia: causata dal non poter più prendere parte alle normali attività quotidiane.
  • Rifornimenti inadeguati: come cibo, acqua, mascherine, servizi medici. L’impossibilità di ottenerli porta a rabbia e ansia.
  • Informazioni inadeguate: se le linee guida sono inadeguate generano solo confusione.

Fattori di stress post quarantena

  • Finanze: la perdita finanziaria causata dalla temporanea inattività professionale, è un fattore di rischio per lo sviluppo di sintomi e disturbi psicologici.
  • Stigma: soggetti sottoposti a misure di contenimento hanno riferito che venivano trattati in modo differente ovvero venivano evitati, non più invitati a eventi sociali, trattati con paura e sospetto oppure erano oggetto di commenti critici.

Cosa si può fare per mitigare le conseguenze della quarantena?

Sebbene la quarantena sia una misura necessaria durante le epidemie, gli effetti psicologici negativi possono essere piuttosto problematici. Ciò suggerisce che vi sia la necessità che misure per alleviare le conseguenze del confinamento siano messe in atto come parte integrante del processo di quarantena.

Le autorità competenti dovrebbero adottare tutte le misure atte a garantire che tale esperienza sia il più possibile tollerabile per le persone. Questo può essere ottenuto dicendo alle persone cosa sta succedendo e perché, spiegando per quanto tempo continuerà, fornendo loro attività significative da fare mentre sono in quarantena, fornendo una comunicazione chiara, garantendo forniture di base (come cibo, acqua e forniture mediche) e rafforzando il senso di altruismo che le persone dovrebbero, giustamente, provare.

Tratto da: The psychological impact of quarantine and how to reduce it: rapid review of the evidence. Samantha K Brooks, Rebecca K Webster, Louise E Smith, Lisa Woodland, Simon Wessely, Neil Greenberg, Gideon James Rubin.

Link all’articolo originale: https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(20)30460-8/fulltext

LE REGOLE DELL’ ASSERTIVITÀ

Quante volte ci è capitato di trovarci in una situazione per noi spiacevole ma abbiamo deciso di stare zitti per evitare il conflitto? 

Fuggire dai conflitti è un modo per evitare l’ansia che produce la discussione. Chi evita di discutere può avere paura di perdere le persone care o di non essere all’altezza della situazione. 

Oppure, quante volte, invece, per paura di soccombere abbiamo tirato fuori un’aggressività così forte da spaventare perfino un leone affamato?

A volte lo scopo della comunicazione diventa quello di dover lottare contro l’altro per dimostrare il proprio valore, andando fino a denigrare, ferire o attaccare l’altro pur di vincere la battaglia verbale. 

Per affrontare il conflitto in modo sano è efficace la comunicazione assertiva: ci permette di esprimere la nostra opinione con tutta onestà, senza essere aggressivi e senza offendere chi abbiamo di fronte.

Si decide, cioè, di interrompere la dinamica di comunicazione prevaricante: si smette di competere lasciando spazio al partecipare, collaborare, affinché lo scambio di opinioni possa arricchire entrambe le parti.

Cos’è l’assertività e come può migliorare i rapporti?

L’assertività è grossomodo quella capacità di affermare le proprie opinioni e farsi valere rispettando contemporaneamente gli altri, di accettare che l’altro possa avere una visione diversa dalla nostra senza sentirci in dovere di competere con esso. 

Come si può svilupparla?

Ecco alcune regole

1. Difendi le tue idee ma accetta che altre persone possano pensarla diversamente da te.

2. Sii aperto al cambiamento, al confronto rispettoso di idee e non temere di aggiornarti. 

3. Evita di proiettare sul mondo e sugli altri il tuo stato interiore:ansie, paure, tristezza, rabbia.

4. Coltiva una concreta fiducia in te e sicurezza nelle tue capacità.

5. Cerca di esprimerti nel modo più chiaro e diretto possibile

6. Cerca l’equilibrio: difendi le tue idee senza aggredire ma non fare nemmeno la parte dello zerbino. 

7. Scopri quali sono i limiti che gli altri non devono oltrepassare e comunicalo con chiarezza.

8. Conosci i tuoi diritti, i tuoi doveri verso di te e verso gli altri. Rispetta la tua sfera personale.

9. Non prendere le critiche sul personale e, se sono mosse con rispetto e spirito costruttivo, accoglile come spunti di riflessione per migliorare.

10. Rispetta gli altri e chiedi di essere trattato con rispetto a tua volta.

Manuela Cosenza

AUTISMO IN PELLICOLA: UNA RASSEGNA CINEMATOGRAFICA

Sebbene la maggior parte del pubblico ritenga che il primo film sull’autismo sia stato “Rain Man” del 1988, alcuni fanno risalire la prima comparsa di questa malattia nell’ambito cinematografico al film “L’enfant sauvage” di François Truffaut del 1968. Il film è ispirato ad una storia realmente accaduta: nel 1800, in Francia, un gruppo di cacciatori trova un bambino in una foresta che non è in grado di parlare e agisce solo come un animale. Il noto medico, filosofo e pedagogista Itard, si assume la responsabilità di curarlo. Dopo 6 anni di continuo lavoro il medico si rassegna al fatto che il ragazzo non riuscirà mai ad apprendere il linguaggio umano, dato che fino all’età di undici anni nessuno gli aveva mai parlato, ma otterrà ugualmente enormi e significativi progressi nell’educazione del ragazzo e nel suo riadattamento ad una vita in società, anche grazie all’aiuto della Governante Madame Guerin.

Nonostante in quel periodo storico non fosse ancora stato definito il disturbo autistico come patologia, alcuni sintomi riportati da questo soggetto hanno fatto pensare proprio a questa sindrome (Frith,1998).

Nel film traspare un evidente confronto con il diverso e la necessità di una rieducazione dei sensi, dell’intelligenza e della moralità proprio perché in quegli anni vi era ancora una marcata suddivisione tra il “normale” e il “folle” che permane tuttavia fino ai giorni nostri, sebbene vada lievemente attenuandosi.

Diverso è l’approccio cinematografico nel film “Rain man” (1988 diretto da Barry Lavinson). Charlie Babbit, giovane commerciante di auto sportive, apprende con la morte di suo padre, che l’unico erede dell’immenso patrimonio familiare è suo fratello maggiore Raymond, un uomo affetto da autismo. Sentitosi tradito dal genitore e indebitato sul lavoro a causa di investimenti fallimentari, decide di portare via Raymond dalla clinica psichiatrica di Cincinnati in cui è permanentemente ricoverato, nella speranza di riuscire ad essere riconosciuto come suo tutore legale e quindi beneficiare del patrimonio paterno. 

Durante il viaggio verso Los Angeles, che si prolunga per le necessità di Raymond, (non può volare, non può fare l’autostrada, a causa della sua paura degli incidenti), Charlie comincia a conoscere veramente suo fratello, un individuo la cui vita è scandita da gesti meccanici e frasi ripetitive ma dotato anche di una incredibile memoria e capacità di calcolo 

Il personaggio di Raymond ha preso ispirazione dalla figura di Kim Peek, nato con una macrocefalia associata a danni al cervelletto, e, ciò che forse più conta, un’agenesia del corpo calloso. È stato supposto che i suoi neuroni, in assenza di un corpo calloso, abbiano creato nuove connessioni, che hanno comportato una maggiore capacità mnemonica.

In questa rappresentazione cinematografica cambia l’approccio all’autismo: non è più solo un essere da educare. È ma una persona con grandi difficoltà, ma con delle capacità intellettive superiori. Vi è una sorta di ammirazione, di curiosità e di fascino verso una mente sapiente e sconosciuta. Nonostante ciò, rimane nella concezione comune, l’inevitabilità della reclusione dei “diversi” nelle case di cura, come se fosse un’ovvietà, senza la possibilità di soluzioni alternative.

Nel 1994 esce il film “Silent Fall” di Bruce Beresford: nel giorno di Halloween, la polizia bussa alla porta dello psichiatra infantile Jake Rainer per chiedere il suo aiuto riguardo all’omicidio di una facoltosa coppia di Baltimora, i Warden. Sul luogo del delitto viene trovato Tim, un bambino autistico di nove anni che ha visto in faccia l’assassino dei suoi genitori, e Sylvie, la sorella maggiore diciottenne che afferma di non ricordare niente. Jake è inizialmente riluttante a collaborare alle indagini a causa di un trauma ancora recente con un giovane paziente. Decide però, alla fine, di adottare i due ragazzi e di cercare di liberare dall’involucro dei ricordi di Tim la soluzione all’omicidio.

Durante il film vi sono riferimenti classici relativi alla sintomatologia dell’autismo: mutismo e comunicazione attraverso i simboli oppure attraverso la ripetizione di frasi già sentite, comportamenti aggressivi e disinteresse verso le altre persone. 
Si aggiunge una novità al ruolo del bambino autistico: non solo appare la sua genialità, ma diventa risolutore del caso. È addirittura il salvatore del dottore che lo ha in cura, come quasi a voler bilanciare la sua diversità, non solo con la genialità, ma con l’eroismo. Sembra che si voglia trasmettere il concetto del: io sono diverso, malato folle, ma non sono da buttare o rinchiudere perché ho delle qualità superiori alla norma, una richiesta di iper-accettazione per bilanciare il rifiuto della malattia.

Negli ultimi anni, tra il 2005 e il 2010, sono usciti tre film riguardanti uno degli aspetti dello spettro autistico: la sindrome di Asperger. 

“Crazy in love” (2005) diretto da Petter Naess, nel quale troviamo Donald, un tenero tassista affetto da autismo, con grande abilità con i numeri e una passione per gli uccelli. Un giorno, a spezzare la sua normale vita fatta di riti quotidiani, arriva Isabel, ragazza con la sindrome di Asperger, con la passione per la musica e l’arte, che gli stravolgerà la vita ma soprattutto il cuore. La sindrome di Asperger però non è posta al centro delle vicende, seppur vi sia l’apprezzabile intento di portarla alla luce, ma è alla fine più un artificio per complicare ulteriormente quel meccanismo così contorto che è l’amore, vero fulcro narrativo della pellicola.

“Adam” del 2009 è un film diretto da Max Meyer il cui protagonista è un giovane ingegnere elettronico che realizza giocattoli per una fabbrica, con la passione per l’astronomia. Il suo destino sembra essere la solitudine perché è afflitto dalla sindrome di Asperger. Un giorno, nel locale della lavanderia, incontra Beth, una scrittrice di libri per bambini che insegna in una scuola. Potrebbe nascerne una storia a due ma alla fine le difficoltà relazionali di Adam impediscono il fiorire della relazione.
Il film di Mayer si focalizza sulla complessa ricerca di cosa significhi amare e lasciarsi amare, tralasciando la parte più romantica della relazione di coppia.

“Ben X” film belga del 2007 diretto da Nic Balthazar. Ben è un adolescente belga, vittima suo malgrado di terribili atti di bullismo quotidiani, perpetrati da suoi compagni di scuola. Anche per sfuggire alla cruda realtà, il ragazzo ha una grande passione per un gioco di ruolo online di ambientazione fantasy chiamato Archlord. In questo mondo virtuale il suo alter ego “Ben X” ha raggiunto un livello di bravura notevolissimo. Lì Ben diventa più sicuro di sé e più coraggioso. Instaura anche una sorta di relazione platonica con un’altra utente del gioco, una ragazza che si fa chiamare Scarlite. Attraverso l’aiuto di questa ragazza, che non riesce mai a conoscere nel mondo reale ma che esiste nella vita virtuale e nella sua mente, escogita un piano per vendicarsi dei suoi compagni attraverso un finto suicidio e un funerale plateale con tanto di video riguardante gli atti di bullismo da lui subiti per smascherarli davanti a tutti.

In questa produzione ravvicinata di lavori cinematografici relativi alla malattia, cade lo stupore per la diversità paragonata alla genialità dei protagonisti. Nei primi due film viene trattato per la prima volta l’amore in soggetti con difficoltà relazionali gravi nei quali rimane evidente e pervasivo il fatto che c’è una netta divisione tra l’essere umano normale e il malato che non può in ogni caso costruirsi una vita basata sui canoni dettati da una società fondata su regole formali. Nel terzo viene inserita, oltre all’emarginazione dell’essere diverso, di vivere all’interno di un mondo con il quale non riesce ad interagire, anche la sofferenza per essere vittime di atti di bullismo da parte dei compagni. Come se, per il fatto di essere diversi, il protagonista si debba meritare la ridicolarizzazione dei soggetti normali, per creare una divisione ancora più netta tra il sano e il malato. Cosa che però verso la fine del film viene ribaltata grazie all’intelligenza strategica di Ben. Si ritorna quindi a enfatizzare la genialità di queste persone che salvano il mondo e in questo caso se stesse. 

Riappare il concetto dell’autistico intelligente, geniale e capace con la produzione di Mick Jackson del 2010 “Temple Grandin – Una donna straordinaria”. Il film è un’autobiografia di una savant, una donna autistica dotata di straordinarie capacità e s’ispira appunto alla storia vera di Temple Grandin, una sessantenne americana, tenace attivista del movimento in tutela dei diritti degli animali e delle persone autistiche, con due lauree in Psicologia e in Zoologia e un master in Scienze Animali. La donna ha superato un’infanzia turbolenta, durante la quale le era stata diagnosticata la schizofrenia infantile, e un’adolescenza dura, fatta di incomprensioni, pregiudizi e rifiuti. Grazie all’aiuto della famiglia, a una singolare immaginazione e a una ostinata determinazione, la scienziata autistica è riuscita a scardinare il concetto dell’autismo come malattia debilitante e delimitante. È l’evoluzione faticosa di un personaggio che conquista una dignità che la società generalmente trascura di rispettare.

Manuela Cosenza

UNA PERSONALE STRATEGIA PER COMBATTERE LA PAURA

Oggi mi sono svegliata con un po’ di ansia mista a paura. Eh, si… anche gli psicologi hanno paura.

E ben ci sta vista la situazione di questi giorni…

La paura è necessaria. È quella cosa che ci impedisce di fare delle emerite ca***te, che ci rende coscienziosi davanti a certi eventi e situazioni.

I manuali recitano: l’ansia è un’attivazione emozionale che ha la funzione di preservare la sopravvivenza psico-fisica dell’individuo, essa rappresenta la naturale risposta alla percezione di un pericolo o di una minaccia, una risposta adattiva legata alla paura e che precede un’azione difensiva di attacco o fuga.

Quindi ne deduciamo che ci è utile. Ma cosa succede quando diventa eccessiva??  Andiamo in tilt, non ragioniamo più, straparliamo e agiamo di impulso. Punto.

Si parla della cosiddetta curva dell’ansia: all’aumentare dell’ansia oltre la soglia ottimale, infatti, peggiorano progressivamente le abilità cognitive implicate nella prestazione. 

Come si può fermare questa escalation? Se è vero che i nostri pensieri possono portarci ad avere delle convinzioni catastrofiche irrazionali, è vero anche che possiamo fermarli.

Ma come? Facendo qualcosa di manuale che porti l’attenzione al qui e ora.

Ai tempi del coronavirus il lavoro è rallentato, se non fermo per alcune persone e quindi dopo aver riassettato casa, fatto le pulizie di primavera, tirato giù le tende, cucinato, fatto dolci, fatta la pizza (che come al solito mi viene dura modello ammazza gente se la tiro a qualcuno), “shabbato” gli ultimi mobiletti di casa, letto libri, studiato ecc. ecc. mi sono ritrovata stamattina a pensare: e oggi? Che faccio? Dopo aver passato un’ora a riempirmi la testa di notizie sul coronavirus, i pensieri hanno preso il sopravvento e la paura ha cominciato a salire. Devo correre ai ripari, ho pensato. Ma ho fatto tutto, mi sono risposta.

Poi, un’idea!

Tutto ciò che ho fatto nei giorni scorsi rientrava in quelle cose che so fare (a parte la pizza), che rientrano nella mia zona di comfort. C’è una cosa che non mi mette per niente a mio agio: il giardinaggio (eh lo so sembra una cosa stupida, ma mettere le mani nella terra piena di insetti vari non è il mio forte). Di solito se ne occupa il mio giardiniere di fiducia, che è la mia mamma (ah se non avessi lei!!). Anche lei bloccata a casa, di certo non poteva farsi un’autocertificazione per venire a pulire le aiuole di sua figlia! E allora mi sono data da fare! Mi sono fatta dare istruzioni, mi sono fatta dire dove sono tutti gli strumenti del caso e sono partita alla volta del giardino di casa.

Ho guardato la mia cara aiuola da pulire ed ho cominciato. E nel farlo ho incontrato nell’ordine: un lombrico viscido e lucido, dei ragnetti schifosissimi bianchi, ho pestato un formicaio (mamma come erano arrabbiate) e perfino una cimice verdissima! Fuori stagione!

Senza urletti.

Sì, perché gli insetti mi fanno urlare e anche un po’ battere forte il cuore dallo spavento.

Ed ho capito una cosa: fare ciò che un po’ ci spaventa è come mettersi alla prova ed allenarsi a tollerare la paura. E finito il lavoro mi sono sentita soddisfatta e anche un po’ più coraggiosa. Un po’ più pronta ad affrontare i giorni a venire con tutte le incertezze che ci porteranno. Io ho trovato questa soluzione per me. Non è detto che sia uguale per tutti. Ma è una strategia dalla quale poter prendere spunto per superare le proprie paure.

Manuela Cosenza

PSICOLOGIA DEL CICLO DI VITA: DALLE CONCETTUALIZZAZIONI DI SVILUPPO EVOLUTIVO INDIVIDUALE A QUELLO FAMILIARE

L’espressione “ciclo di vita” viene usata per indicare l’evolvere nel tempo sia dell’individuo che della famiglia. 

E.Erikson (1951) e D. Levinson (1978) sono due autori che hanno concettualizzato il ciclo di vita individuale attraverso dei modelli. Secondo Erikson durante lo sviluppo dell’individuo, che procede fino alla vecchiaia, sono collocati 8 stadi del ciclo individuale. Essi sono caratterizzati da specifiche crisi psico-sociali che portano con sé un compito di sviluppo a cui l’individuo deve rispondere e la cui modalità di risoluzione influenzerà il successivo sviluppo. 

  1. Fiducia opposta a sfiducia (dalla nascita al primo anno): si caratterizza per il conflitto tra fiducia che deriva dalla qualità della relazione caregiver-bambino e sfiducia nel caso in cui tale relazione sia deficitaria. In questo caso il bambino svilupperà un senso di sfiducia che si espanderà gradualmente a tutta la realtà che lo circonda.
  2. Autonomia opposta a vergogna o dubbio (da uno a tre anni): il bambino inizia a fare le sue prime conquiste nelle abilità motorie che lo rendono fiero e autonomo, ma lo espongono anche a fallimenti, goffaggini, errori, da cui scaturisce la vergogna e il dubbio sulle proprie possibilità di riuscita ostacolando la sua inclinazione naturale all’autonomia.
  3. Iniziativa opposta a senso di colpa (da tre a cinque anni): in questa fase il bambino diviene esplorativo e curioso. Se, i genitori lo incoraggiano e tollerano la sua curiosità, allora egli imparerà ad agire e ad avere iniziativa. Laddove, i genitori non accetteranno e puniranno le nuove curiosità, i bambini svilupperanno un senso di colpa.
  4. Industriosità opposta a senso di inferiorità (da cinque a dieci anni): il bambino fa il suo ingresso a scuola, dove si misura con gli altri e si cimenta in compiti di apprendimento. Egli prova a rispondere a queste nuove richieste e se incontra difficoltà, può sentirsi inferiore e mediocre, sentirsi demotivato oppure comportarsi in modo meccanico e distaccato. 
  5. Identità opposta a dispersione o confusione di ruoli (preadolescenza e adolescenza): il ragazzo deve elaborare le molteplici trasformazioni corporee, cognitive e sociali ed emanciparsi dalla famiglia delineando una propria identità. Una difficoltà in questo compito può portare ad esperienze estreme o a identificazioni con modelli numerosi e contraddittori. 
  6. Intimità opposta a isolamento (età giovanile): Il giovane avverte la necessità di una relazione intima appagante che può trasformarsi in una relazione stabile e duratura, sia come unione tra sessi opposti (amore, passione, progetto di vita), sia come relazione asessuata (amicizia). Chi non riuscirà a vivere questo profondo sentimento di intimità, sentirà un forte senso di isolamento e solitudine.
  7. Generatività opposta a stagnazione (anni della maturità): il compito evolutivo che la persona è chiamata a rispondere in questa fase riguarda la generatività, intesa da Erikson non solo in relazione alla volontà di procreare, ma anche la possibilità di lasciare qualcosa alle generazioni successive come nel caso dell’insegnante, del ricercatore, dell’artista, etc. Altrimenti insorge la classica domanda: «cosa ho fatto nella mia vita?» e si prova un senso di sterilità e insoddisfazione. 
  8. Integrità dell’IO opposta a disperazione (la terza età): è lo stadio in cui l’individuo, giunto vicino al traguardo della propria vita, osserva il proprio percorso e si guarda indietro. Se il bilancio è positivo, quando l’individuo non sente forti rimpianti e avverte un senso di soddisfazione, tutto questo favorirà un’integrità dell’IO che consente di congedarsi dalla vita serenamente, accettando la propria morte. 

Anche Levinson ha studiato le fasi della vita, occupandosi in particolare della vita adulta. La struttura della vita consiste in una serie di periodi di stabilità (dedicati alla sua costruzione) alternati a periodi di transizione, durante i quali essa muta. Durante i periodi di stabilità, che possono durare da sei a dieci anni al massimo, un individuo cerca di creare una struttura soddisfacente per lui, conformemente alle scelte-chiave fatte nel periodo di transizione. La transizione è vista, invece, come tappa necessaria ai fini della maturazione del soggetto, permettendo un avanzamento lungo la linea evolutiva individuale attraverso una ridefinizione di sé, che necessariamente porta ad una modificazione della struttura. I compiti evolutivi per l’individuo consistono essenzialmente nell’operare delle scelte determinate da eventi particolari, che segnano il cambiamento nella biografia individuale: i marker events (matrimonio, malattie, morte, pensionamento, guerre). 

Levinson descrive così le varie ere che formano la macrostruttura del ciclo vitale: 

  • 0-22 anni – infanzia e adolescenza
  • 23-35/40 anni – prima età adulta
  • 40-65 anni – media età adulta
  • Dopo i 60 anni – tarda età adulta

Tali stadi sono inframmezzati da tre periodi di transizione: 

• Transizione della prima età adulta
• Transizione della media età adulta
• Transizione della tarda età adulta 

Il ciclo di vita inteso come individuale può prendere una connotazione sociale all’interno del contesto familiare. Proprio in tale contesto l’individuo, immerso tra genitori e figli e altre generazioni congiunte, impara ad affermare la propria identità. 

Haley (1973) sottolinea la stretta interdipendenza dei vari cicli vitali individuali dei componenti di una famiglia. Egli ha messo in evidenza che lo stress familiare diventa più intenso nelle fasi di transizione da uno stadio all’altro e che i sintomi patologici possono comparire più facilmente in caso di interruzione o deviazione nel processo evolutivo. 

Carter e McGoldrick (1980) presentano un modello organizzato intorno al concetto di ciclo vitale della famiglia concepito in termini di connessioni intergenerazionali.  Definiscono la famiglia come un sistema emozionale plurigenerazionale, in quanto comprende almeno tre o quattro generazioni che in ogni fase si trovano a dover cambiare simultaneamente e adattarsi alle transazioni del ciclo di vita, attraverso confronti con aspettative e bisogni diversi tra loro. Secondo le autrici, le problematiche derivanti dalla storia trigenerazionale (asse verticale), quando si incrociano con quelle che si possono incontrare durante il proprio ciclo di vita (asse orizzontale), possono generare dei sintomi.

Le autrici suddividono il ciclo di vita della famiglia in sei stadi: il giovane adulto tra due famiglie, la giovane coppia, la famiglia con bambini piccoli, la famiglia con adolescenti, la famiglia ”trampolino di lancio” per i figli, la famiglia in tarda età. Il processo fondamentale consiste nella trasformazione del sistema di relazioni allo scopo di permettere l’entrata e l’uscita e lo sviluppo dei membri della famiglia. 

Scabini (1985) focalizza l’attenzione sull’identità organizzativa della famiglia. Nello specifico la famiglia moderna è una particolare organizzazione delle relazioni di parentela che privilegia i rapporti tra i coniugi, e tra questi e i loro figli, e che intrattiene significative relazioni con le proprie famiglie di origine. 

Ogni famiglia appena costituita si colloca infatti all’intersezione di due storie familiari che derivano da un complesso albero genealogico, inoltre ogni nucleo familiare si preconfigura un futuro ricco di aspettative e programmi con tempi e scadenze dettate in gran parte da norme sociali. Le fasi del ciclo di vita della famiglia sono definite da eventi critici prevedibili (nascita dei figli, adolescenza, pensionamento) e imprevedibili (malattia, problemi economici, ecc.). Essi portano a una prima fase di crisi o rottura con le precedenti modalità organizzative della famiglia stessa innescando le transizioni da una fase del ciclo vitale della famiglia a quella successiva.  Ciascun evento critico pone la famiglia di fronte a dei compiti di sviluppo che riguardano la rinegoziazione dei ruoli e delle funzioni, e la riorganizzazione delle relazioni. Se la famiglia non riuscirà a superare la crisi e il processo evolutivo si bloccherà, vivrà una situazione di grande sofferenza che potrà manifestarsi nel comportamento sintomatico di uno o più dei suoi membri. 

Manuela Cosenza