La relazione è finita. Magari sono passati mesi. Sai perfettamente che continuare ad aspettare, controllare il telefono, ripensare alle conversazioni o chiederti cosa avresti potuto fare diversamente non ti aiuta. Eppure non riesci a lasciarlo andare. Ti dici che dovresti essere più forte. Che è passato abbastanza tempo. Che, se la relazione è finita, prima o poi dovrebbe finire anche quello che provi. Ma non succede. E allora inizi a farti una domanda ancora più dolorosa:
“Perché non riesco a dimenticarlo?”
Una possibile risposta arriva dalla teoria dell’attaccamento di John Bowlby e ci permette di guardare alla fine di una relazione da una prospettiva diversa. Perché quando perdiamo una persona importante non perdiamo soltanto qualcuno che amiamo. Possiamo perdere anche una delle persone attraverso cui, nel tempo, abbiamo imparato a sentirci al sicuro.
Quando il partner diventa una base sicura
Bowlby descrive l’attaccamento come un sistema motivazionale che ci porta a cercare vicinanza e protezione nelle figure significative, soprattutto quando percepiamo una minaccia, una distanza o una perdita. Questo sistema non appartiene soltanto all’infanzia. Anche nelle relazioni adulte il partner può assumere progressivamente una funzione di base sicura: è la persona che cerchiamo quando siamo spaventati, stanchi, preoccupati o abbiamo bisogno di conforto. La sua presenza può contribuire a regolare le nostre emozioni e a restituirci un senso di sicurezza. Ed è proprio qui che possiamo comprendere perché alcune separazioni siano così difficili. Se quella persona era diventata il principale riferimento attraverso cui riuscivi a sentirti rassicurato, desiderabile, importante o semplicemente meno solo, con la fine della relazione non perdi soltanto il partner. Perdi anche il modo in cui ti sentivi quando quella persona era accanto a te. Ed è una differenza enorme. L’errore che spesso facciamo: pensare che, se non riesci a dimenticarlo, allora devi amarlo ancora Quando una relazione finisce e continuiamo a sentire fortemente la mancanza dell’altro, è facile arrivare a una conclusione:
“Se sto ancora così male significa che lo amo ancora.”
E se lo amo ancora, forse era la persona giusta. Forse abbiamo sbagliato a lasciarci. Forse dovrei cercarlo. Forse tornerà. Ma il dolore della separazione non misura necessariamente quanto quella relazione fosse giusta per noi. A volte misura quanto quel legame fosse diventato importante per il nostro sistema di attaccamento. Possiamo quindi sentire disperatamente la mancanza di qualcuno e, contemporaneamente, sapere che quella relazione ci faceva soffrire, che non rispondeva ai nostri bisogni o che non avrebbe potuto darci ciò che desideravamo. È una delle contraddizioni più difficili da accettare dopo una separazione: posso sapere che quella relazione non funzionava e continuare comunque a desiderare quella persona.
Perché continui a cercarlo anche se non c’è più?
Immagina di avere percorso per anni la stessa strada per tornare a casa. La conosci talmente bene che non hai più bisogno di pensarci: il tuo corpo sa dove girare. Poi, improvvisamente, quella strada viene chiusa. Sapere razionalmente che non puoi più passarci non significa che il giorno successivo il tuo cervello abbia già imparato un nuovo percorso. Per qualche tempo continuerai quasi automaticamente ad andare in quella direzione. In una separazione può accadere qualcosa di simile. Quando stai male, il tuo sistema emotivo può continuare a cercare proprio la persona alla quale era abituato a rivolgersi. Ed ecco allora il bisogno di controllare se è online. La tentazione di scrivergli. Il desiderio di sapere cosa sta facendo. Il bisogno di ripercorrere continuamente quello che è successo. La fantasia che possa tornare. Persino quando sai che contattarlo ti farà stare peggio.
Non significa necessariamente che vuoi davvero ricostruire quella relazione. Può significare che una parte di te sta ancora cercando la propria vecchia fonte di sicurezza. Ed è qui che può nascere la dipendenza emotiva
Abbiamo tutti bisogno di relazioni significative. L’obiettivo di una relazione affettiva sana non è diventare persone che “non hanno bisogno di nessuno”.La difficoltà nasce quando gran parte della nostra sicurezza, del nostro valore personale e della nostra capacità di stare bene viene affidata quasi esclusivamente a una relazione.
In quel momento perdere il partner può significare molto più che perdere un amore. Può voler dire sentirsi improvvisamente senza valore. Non sapere più chi si è. Sentirsi vuoti. Avere la sensazione che senza quella persona niente abbia più lo stesso significato. E allora il tentativo di recuperare l’ex può diventare anche il tentativo di recuperare una parte di noi stessi che sentiamo di avere perso insieme alla relazione.
Allora cosa significa davvero “lasciare andare”? Non significa cancellare l’altra persona. Non significa smettere immediatamente di pensarla. E soprattutto non significa convincerti che non hai bisogno di nessuno.
Il lavoro è più profondo.
Significa comprendere che funzione aveva quella relazione per te. Cosa trovavi nell’altro? Cosa accadeva dentro di te quando lui o lei si allontanava? Cosa rende oggi la sua assenza così difficile da tollerare? E soprattutto: questa sensazione ti è davvero nuova o assomiglia a qualcosa che hai già sperimentato in altre relazioni importanti della tua vita? È qui che la prospettiva sistemico-relazionale diventa particolarmente interessante. Perché invece di fermarci alla domanda: “Come faccio a dimenticare il mio ex?” possiamo iniziare a porcene un’altra:
“Perché proprio questa separazione ha attivato dentro di me tutto questo?”
La sicurezza affettiva può essere costruita anche da adulti I nostri modi di vivere la vicinanza, la distanza e la separazione non sono necessariamente immutabili. Le esperienze relazionali successive possono contribuire a modificare il modo in cui percepiamo noi stessi e gli altri all’interno dei legami. Anche una buona relazione terapeutica può diventare un’esperienza significativa in questo processo. Non perché il terapeuta debba sostituire la persona che abbiamo perso. Ma perché la terapia può offrire una relazione sufficientemente stabile e sicura all’interno della quale esplorare ciò che accade quando abbiamo paura di perdere l’altro, quando ci sentiamo rifiutati, quando temiamo di non essere abbastanza o quando la distanza diventa intollerabile.
Possiamo così iniziare a riconoscere i nostri schemi relazionali, comprenderne la storia e costruire modalità differenti di stare nelle relazioni. Per riuscire ad amare qualcuno senza sentire che, se quella persona se ne va, insieme a lei scompariamo anche noi.
Se sei ancora bloccato in una relazione che è già finita forse la domanda da cui partire non è: “Perché non riesco ancora a dimenticarlo?” Hai bisogno di comprendere perché quel legame è diventato così necessario per il tuo equilibrio emotivo e di costruire, poco alla volta, una sicurezza affettiva che non dipenda dalla presenza di un’unica persona. È proprio su questo che lavoro con le persone che, nonostante una relazione sia terminata, sentono di essere rimaste emotivamente ferme lì.
Se ti riconosci in queste parole e senti che da solo continui a girare intorno alle stesse domande, possiamo lavorarci insieme.
La fine di una relazione non deve necessariamente coincidere con la sensazione di aver perso una parte di te. Può diventare anche il punto da cui iniziare a comprendere il tuo modo di amare, di legarti e di separarti.